martedì 20 gennaio 2009

Parma piange il trippaio poeta

Il 17 gennaio 2009 è scomparso "Temilaluce", al secolo Bruno Cassi, un caratteristico personaggio che ha fatto la storia di Parma. Così ne ha commentato la scomparsa la Gazzetta di Parma nell'articolo di Tiziano Marcheselli che qui riportiamo:


Si è spento sabato scorso, a 95 anni, in una struttura di Langhirano, un personaggio (forse uno degli ultimi veramente caratteristici) curioso e popolare: Bruno Cassi, detto Temilaluce, di professione «poeta da marciapiede». Il soprannome derivava da quella malattia agli occhi che non gli permetteva di stare alla luce, obbligandolo a portare grandi occhiali neri e, sopra la testa, un pacco di vecchie Gazzette, per evitare qualsiasi infiltrazione di sole. Classe 1913, portava a tracolla una borsetta da fattorino delle poste, stracolma di fogli battuti a macchina: erano quelle poesie che Bruno vendeva per poche lire davanti al Consorzio Agrario. Nel 1978, per il libro «Gente di Parma» di Nicoli Editore, avevo scritto questo «ritrattino»: «Bruno Cassi, il poeta posteggiatore, con i guai agli occhi che si ritrova, non poteva evitare un nomignolo schiettamente parmigiano quale Temilaluce. Ed è sotto la cappa pesante di questo «stranòm», e sotto quella ancora più pesante di una trentina di giornali che gli fanno ombra dall'alba al tramonto, che Cassi porta avanti la sua attività pratica di sorvegliante di biciclette, e quella più amata, ma meno redditizia, di poeta. A dir la verità, Temilaluce cerca di far fruttare anche le rime e svende le sue poesie, magari nei giorni di mercato, in piazzale Barezzi, a cento o duecento lire l'una: ma il commercio è faticoso; specialmente per un «artista» poco portato alle contrattazioni. Temilaluce era un figlio di strada Nino Bixio, nato nella casa della Marianna, la fruttivendola della «pattona, mele cotte e sug d'ua». Poi ha vissuto per vent'anni in borgo Bernabei, lavorando al macello; trippaio per cinquant'anni col padre Giuseppe, mentre la madre Maria aveva in Ghiaia un negozietto per cibarie varie di cani e gatti. Tre guerre alle spalle e un congelamento in Albania. Una vita di stenti, coronata da una pensione di ottantamila lire al mese, e una giornata lavorativa dalle sette del mattino alle sette di sera. Poi, il buio più totale. Ha fatto di tutto, persino il domatore di caproni in un circo. Raccontava: «Il caprone si chiamava Bosco ed era una gran bella bestia, con due corna che io non ho mai visto in un animale del genere». L'occasione si era presentata nel bar «La Gota» di strada Nino Bixio; quindi, da Collecchio, era partito per girare tutta la penisola. Nel 1946, al cinema, aveva conosciuto la signorina Elena Dardani, da borgo Lalatta: «Signorina, posso accompagnarla?» le aveva sussurrato con fare elegante. E due mesi dopo erano sposati, per restare assieme tutta la vita, nella casa di via della Costituente 19, secondo piano. Poi, la passione per le moto: un 75 Ardito, un 125 Mival e un 175 Ducati, ma «da quand a son caschè con la Tartaruga - diceva - non ho più voluto saperne di motociclette, e a vag sempor a pè».

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